I Vigneti dell‘ Oceania

I vigneti dell‘ Oceania hanno acquisito una importanza che ha giustificato il Congresso dell‘ O.I.V. a Adelaide, in Australia, in ottobre 2001. Il nostro nuovo corrispondente, Professor Mario FREGONI, ci parla del significato di questi vigneti.

L‘ AUSTRALIA FRA I GRANDI PAESI VITICOLI DEL MONDO

Con il Congresso OIV l‘Australia ha voluto dimostrare di essere un grande Paese produttore di vino.

Le prime viti furono piantate in Australia nel giardino botanico di Sydney nel 1788. Da allora la viticoltura si è progressivamente estesa in molte aree, ma già nel 1890 era stabilizzata in zone oggi famose, quali la Hunter Valley (a nord di Sydney), Barossa Valley (Adelaide), Yarra Valley (Melbourne). Molte aree sono oggi famose per i loro vini. La suddivisione per regioni è circa la seguente: Sud Australia (Adelaide) 55%; Victoria 24% (Melbourne); New South Wales 18% (Sydney); Western Australia 2% (Perth); Tasmania 0,9%; Quinsland 0,1% (Brisbane).

Superficie e produzione

Lo sviluppo della viticoltura australiana si deve all‘aumento del consumo dei vini rossi (anni ‘70) che continua attualmente (per il resveratrolo ed i polifenoli), sia all‘interno che su scala mondiale. Nel 1950 la superficie vitata era di poco lontana dai 55.000 ettari; dal 1970 al 1980 è arrivata a 72.000 ettari ed attualmente è di oltre 125.000 ettari.

La produzione di vino nel 1990 era di circa 5 milioni di hl, mentre attualmente è di circa 8.600.000 hl. La trasformazione enologica è realizzata da circa un migliaio di cantine, spesso di dimensioni ragguardevoli (oltre i 500.000 hl).

Tra le più grandi società si citano la Southcorp Wines, la BRL Hardy, la Orlando W., la Mildara Blass, la McWilliam‘s Wines, la De Bortoli Wines, che vinificano oltre 400.000 hl ciascuna, con uve di propria produzione e con uve acquistate, anche lontano parecchie ore di trasporto (che viene attuato di notte per evitare il caldo) e che ovviamente vengono assemblate in vini industriali di qualità costante ed omogenea. L‘Australia ha, tuttavia, anche molte aziende considerate medie di 100.000 – 300.000 ettolitri, nonché aziende famigliari. Lo scopo delle grandi società è quello di creare una « marca » che faccia concorrenza alle DOC europee.

Il consumo pro-capite interno è salito da 4 litri (1956) ai circa 20 litri attuali. L‘import varia da circa 200 a 250.000 hl. La produzione di uve da tavola è molto variabile (da 300.000 a 650.000 q).

L‘esportazione dei vini australiani era di circa 100.000 hl nel 1986 ed è salita a 550.000 hl nel 1994, mentre nel 2000 è stata di 2,8 milioni di hl. I Paesi maggiori importatori di vini australiani sono: Regno Unito, Stati Uniti, Canadà, Giappone, Hong Kong, Nuova Zelanda, Svezia, ecc. L‘export vinicolo è uno dei cavalli di razza dell‘Australia.

La climatologia della viticoltura

La temperatura media annuale delle regioni australiane decresce dalle zone poste a nord (più calde, più vicine all‘equatore) a quelle site a sud, più prossime al polo sud.

Due australiani, Richard Smart e Peter Dry hanno proposto di classificare le zone viticole secondo la temperatura media del mese più caldo (gennaio) e precisamente nel seguente modo: molto calde >23°C ; calde 21-22,9°C ; temperate 19-20,9°C ; fredde 17-18,9°C ; molto fredde <16,9°C. Si fa tuttavia rilevare che a gennaio la maturazione interessa poche varietà; la maggioranza matura da febbraio ad aprile (marzo è il mese della vendemmia dell‘emisfero sud, comparabile a settembre dell‘emisfero nord). Una classificazione più aderente alla fenologia (fasi viticole) e della fisiologia è stata identificata dall‘australiano John Gladstones, che ha suddiviso il clima delle regioni viticole in base al valore dell‘indice di Winkler (indicativamente la sommatoria dei gradi giorno) ed al valore medio dell‘umidità atmosferica. Si rileva così che le zone più calde (23°C a gennaio e 1.800°C come indice di Winkler) ed umide (45-50%) sono quelle della Hunter Valley e di Perth (poste a nord), mentre quella più fredda (15°C) e più umida (57%) è quella della Tasmania, quest‘ultima avente circa 1.150°C come indice di Winkler. Questi indici sono molto utili per la scelta delle varietà.

Ad esempio le varietà hanno bisogno del seguente indice di Winkler: Pinot nero, Chardonnay e Traminer ar. 1.150°C ; Riesling renano 1.200°C ; Syrah 1.250°C ; Cabernet Sauvignon 1.300°C ; Tarrango 1.400°C.

Tuttavia il terroir (suolo + microclima) ha un‘importanza superiore per la qualità del vino ed in una macroregione varia secondo la topografia (pianura, collina, montagna), la natura del suolo e l‘alimentazione idrica. Anche l‘Australia si sta aprendo alla ricerca ed alla valorizzazione del terroir, mentre sinora ha dato risalto solo alla varietà ed alla tecnologia (viticola ed enologica), pensando che ciò bastasse per produrre vini di qualità eccellente.

Per quanto attiene i terreni le differenze sono ovviamente abissali, da zona a zona: sono diffusi quelli sabbiosi, ciottolosi, argillosi, i suoli bruni (più ricchi) e quelli rossi. Conosciuta è la «Terra rossa » della famosa Coonawarra (Sud Australia), che ha dato il nome ad un vino assai conosciuto. Le ricerche sui terroir migliori si stanno imponendo, soprattutto per le grandi imprese vitivinicole. Lo stile dei vini è spesso sottolineato e si va alla ricerca di uno stile australiano, per ora caratterizzato da due elementi: la varietà ed il legno (barrique, trucioli, ecc.), quest‘ultimo quasi sempre dominante sugli aromi fruttati varietali.

Le zone viticole che hanno i vini di migliore qualità sono: Coonawarra, Barossa Valley, Yarra Valley, Hunter Valley. Quest‘ultima si contraddistingue per la struttura viticola collinare e per le piccole aziende di coltivazione e di trasformazione.

Le varietà

In Australia si coltivano diverse varietà. Tuttavia sono dominanti le rosse, in particolare la Syrah (da loro Shiraz) che si ritiene fra le migliori del mondo, tanto che la concorrenza di questo vino si estende ad altri Paesi dell‘emisfero sud, dell‘Africa del Sud, del Cile, dell‘Argentina e persino della Francia (in particolare della Valle del Rodano) dove si producono i famosi vini di Syrah. Tuttavia i vini australiani di questo vitigno (come di altri) sono troppo carichi di tannini, di aromi e di sapori legnosi (vaniglia, ecc), per l‘uso di legno americano. Altri vitigni rossi molto coltivati sono il Cabernet Sauvignon ed il Merlot spesso assemblati. Anche il Grenache è molto esteso e fu tra i primi ad essere introdotto in Australia. Tra i vitigni bianchi prevalgono il Chardonnay, il Semillon, il Verdelho, il Traminer, il Riesling renano, ecc.

Si può rilevare che l‘Australia, così come altri Paesi dell‘emisfero sud, sta concentrando la propria produzione sulle solite varietà internazionali, che molti Paesi stanno estendendo. La superproduzione sarà ovviamente possibile, ma soprattutto va rilevata l‘omogeneizzazione qualitativa, anche per l‘assenza o quasi di cloni, che potrebbero ampliare la variabilità intravarietale. In ogni caso le varietà italiane sono praticamente assenti, salvo piccole e vecchie superfici di Barbera, Dolcetto, Nebbiolo e Sangiovese (di più recente introduzione).

Impianti viticoli e loro conduzione

La maggior parte della viticoltura australiana è franca di piede ma si va estendendo l‘uso dei portinnesti a causa dei nematodi nei terreni sabbiosi ed irrigui delle zone calde ed anche per la resistenza alla siccità nei terreni sciolti. Fra i soggetti i nostri 140 Ruggeri e 1103 Paulsen stanno dando ottimi risultati.

Per quanto attiene le forme di allevamento è ancora abbastanza presente l‘alberello (specie per il Grenache), che è stata la prima forma di allevamento australiana. Attualmente è la spalliera bassa che predomina, con il Guyot doppio bilaterale, ma vi sono anche molti cordoni speronati bilaterali. Si è diffuso anche il sistema Scott-Henry, avente due ripiani di tralci (Guyot) o di cordoni speronati. Ovviamente la produzione a ceppo aumenta. Si è sperimentata anche la lyra ed il GDC, ma su superfici limitate, rimaste pressoché a livello sperimentale.

La potatura è molto meccanizzata, tanto che l‘Australia ha inventato la « minimum pruning », che consiste nell‘allevare la vite come una siepe avente una chioma più o meno rettangolare o quadrata e che ogni anno si pota in periferia, lasciando brevi tratti di tralci, simili a speroni. All‘interno la chioma si svuota e quindi la vegetazione e la produzione sono esterne. Va rilevato che il clima è spesso molto arido e che i vigneti sono irrigati goccia a goccia. Dopo diversi anni di questa potatura e di quella meccanica in generale priva di correzione manuale, si è verificata la preoccupante diffusione dell‘Eutypiosi, malattia del legno che provoca il disseccamento parziale di tralci e cordoni permanenti e conduce alla morte le piante. Per questa ragione la potatura meccanica è ritornata ad essere ragionevole e ad essere considerata preparatoria e sgrossante di quella manuale. Va anche rilevato che il fenomeno patologico predetto viene accentuato dalla vendemmia meccanica, generalmente applicata in Australia, anche per la presenza di vigneti di ampia superficie (blocchi di 300 ettari non sono rari), normalmente in pianura o con scarse pendenze. Non mancano i vigneti collinari, più costosi ma preferiti per la qualità.

Nella potatura di produzione prende ormai quota l‘importanza del peso di uva per ceppo, collegato alla superficie fogliare attiva necessaria per ogni kg di uva.

Fra le malattie, oltre alla citata e preoccupante Eutypiosi, si deve rammentare l‘oidio. Molti viticoltori sono orientati a conservare l‘ambiente e ad applicare la viticoltura organica (biologica).

I parassiti animali sono diversi, ma stupiscono i danni degli uccelli, delle termiti e delle lumache. La fillossera si controlla anche con una stretta quarantena per le viti importate (2 anni) ed ovviamente con i portinnesti, laddove si ritengono necessari. La loro introduzione normalmente riduce la durata dei vigneti, aumenta il vigore, riduce la qualità, diffonde le virosi.

L‘irrigazione è diffusissima a causa delle scarse precipitazioni annuali. La goccia a goccia è un sistema ormai generalizzato. Va anche rilevato che la ricerca australiana ha inventato il concetto di « deficit d‘irrigazione regolato » (RDI) e di « disidratazione parziale radicale ». Al fine di ottenere un moderato vigore dei germogli, riduzione della traspirazione (con la sintesi dell‘acido abscissico dalla metà di radici stressate in terreno asciutto), diminuzione del peso dei grappoli e del volume degli acini, l‘irrigazione viene eseguita alternativamente su una sola metà dell‘interfilare e quindi su metà delle radici per ceppo, ad intervalli di circa 10-15 giorni, in modo da consentire la disidratazione parziale del terreno non irrigato.

Altri aspetti

La ricerca biotecnologica australiana è fra le prime del mondo e molto vicina è la sperimentazione di viti OGM. Ovviamente i limiti e le posizioni europee sul‘argomento non esistono in Australia, dove la ricerca è libera e continua. Anche la didattica viti-vinicola è fra le prime del mondo. Tutti sanno che ogni anno decine di «Wine makers » vengono in Europa per « assistere » alla vendemmia ed applicare le «libere » tecnologie enologiche, anch‘esse prive o quasi di regolamentazione in Australia. La distanza fra le pratiche enologiche dell‘Unione Europea e quelle australiane è ragguardevole. Fra l‘Australia e l‘Università Cattolica di Piacenza, che ha attivato la laurea in viticoltura ed enologia si articolerà una collaborazione didattica al fine di consentire agli studenti di seguire due vendemmie in un anno (una nell‘emisfero sud ed una in quello del nord).

La denominazione di origine non esiste e si mescolano i vini da tavola come si desidera. Tuttavia se si indica il nome della zona e l‘annata occorre che l‘uva derivi per l‘85% dalla zona e dall‘annata. Così vale per l‘indicazione del nome della varietà, che deve essere almeno dell‘85%. Non esistono, tuttavia, controlli, tipo quelli delle DOC.

Conclusioni

La viticoltura australiana è fra le più organizzate del mondo, avanzata scientificamente, culturalmente e tecnologicamente. I risultati qualitativi sono discussi dagli europei ma non dal Nuovo Mondo, che ama il sapore di legno, anche delle barriques americane, assai dominanti sugli aromi. Il progresso delle superfici, della produzione a bassi costi e l‘aggressività commerciale dell‘ Australia preoccupano il vecchio mondo, avente piccole produzioni e costi elevati.

LA VITICOLTURA NEO - ZELANDESE ALL‘ ESTREMO SUD DELL‘EMISFERO SUD

Quando si sono visitati i vigneti posti al limite climatico di coltivazione dell‘emisfero nord, ossia a 50-51° di latitudine nord in Europa, quelli tropicali a 0° di latitudine e quelli latino-americani o sud-africani od australiani, posti al limite di coltura nell‘emisfero sud, ossia 40-41° di latitudine sud, si pensava di avere visto la vite in tutte le situazioni climatiche della terra. Ma le sorprese sono sempre possibili: la vite ha, in effetti, un altro limite climatico di coltivazione nell‘emisfero sud, vale a dire di 45° di latitudine sud, posto nella Nuova Zelanda, Paese esattamente opposto all‘Italia, che ha aderito anche all‘OIV. La Nuova Zelanda è un Paese grande e lungo quasi come l‘Italia, popolato da soli circa 3 milioni di abitanti. La natura è straordinaria. Le pecore ed i cervi sono estesamente allevati, ma vi sono anche i pinguini che a volte mangiano l‘uva matura.

La viticoltura di questo Paese è piuttosto recente e solo negli ultimi anni ha realizzato incrementi di superficie sensibili e soprattutto vini di qualità, che si esportano in Europa, in Asia ed in America. La qualità è legata al clima freddo della Nuova Zelanda, che tuttavia ha anche zone relativamente umide al nord, poco adatte alla viticoltura di qualità.

Come è noto nell‘emisfero sud il nord è caldo ed il sud è freddo, perché orientato al glaciale polo sud.

La viticoltura neozelandese si estende da circa 37° a 45° di latitudine sud, ossia dalla zona di Northland nei pressi di Aukland (sita a nord della Nuova Zelanda) all‘area di Otago (sita a circa 45° di latitudine sud).

La piovosità annuale è più elevata al nord (1.600 mm) che al sud (400-450 mm). L‘indice climatico di Winkler, che dà la misura del calore delle zone, passa da circa 1.400°C (Northland) a 850°C (Otago).

Mentre al nord si possono coltivare varietà rosse che maturano all‘epoca del Cabernet Sauvignon, al sud del sud si possono coltivare solo uve precoci, a ciclo corto, anche rosse (es. Pinot nero)ma soprattutto bianche (Sauvignon, Chardonnay, Riesling renano, Traminer aromatico, Pinot grigio).

La viticoltura di qualità si è sviluppata in particolare nella Nuova Zelanda del sud, tra Malborough, Canterbury e Christchurch. L‘esperienza neozelandese dello scrivente ha potuto appurare che l‘intensità del colore e dell‘aroma sono particolarmente legate al clima della Nuova Zelanda del sud, che si caratterizza per i notevoli sbalzi termici giorno-notte, in particolare nel periodo della maturazione delle bacche, ma anche per l‘intensità luminosa superiore a quella europea, a causa del limitato strato di ozono, che fa giungere sulla terra molte più radiazioni ultraviolette, stimolatrici della sintesi dei polifenoli, quali i pigmenti coloranti (antociani, ecc.) e del resveratrolo. Inoltre la zona può godere di 1-2 mesi in più di fotosintesi, in quanto il ciclo vegetativo della vite si svolge in 7-8 mesi, da ottobre ad aprile-maggio, mentre nell‘emisfero nord va da aprile a settembre-ottobre, ossia circa 6-7 mesi e con un‘intensità e durata luminosa inferiori. Di fatto gli aromi dei vini neo-zelandesisi sono particolarmente spiccati, tipici, fini e persistenti in bocca, in particolare per il Pinot nero ed il Sauvignon bianco, che sono i due vini bandiera della Nuova Zelanda, conosciuti in tutto il mondo. Il Pinot nero neozelandese fa concorrenza, per la qualità, a quelli famosi dell‘Oregon, dello Stato di Washington, della California, del Cile e della stessa Borgogna.

Il potenziale viticolo

In dieci anni (1991-2001) la superficie si è più che raddoppiata (da circa 6.000 ettari a 14.000 ha) ed ogni anno cresce di circa 1.000 ettari. Non è certo il Paese che preoccupa per l‘equilibrio mondiale del vino, ma la qualità è molto concorrenziale e rivolta all‘esportazione. La produzione totale è di circa 710.000 q di uva (63 q/ha di media), trasformata da 382 cantine, in massima parte piccole, aziendali, ma con la presenza di un colosso produttivo e commerciale (Montana).

Il consumo interno è di circa 10 l pro-capite e quello totale di 370-410.000 hl. L‘esportazione, in continuo incremento ed assai curata, in dieci anni è passata da 56.000 hl (1991) a 192.000 hl (2001), per un valore di 1981 milioni di dollari neozelandesi. L‘export neozelandese è principalmente diretto verso l‘Inghilterra (9.918 hl), gli USA (3.132 hl), l‘Australia (2.373 hl), l‘Olanda, il Canadà, il Giappone, la Germania, la Svezia, l‘Irlanda, ecc.

La Nuova Zelanda importa anche 334.000 hl di vini.

Le aree viticole più produttive sono quelle di Malborough, Hawkes Bay e Gisborne, ma la qualità si realizza nelle aree di Canterbury, Nelson, Waipara Valley, ecc. La Nuova Zelanda produce vini tranquilli ma anche ottimi spumanti (l‘ambiente è adatto) e vini alcolizzati da dessert.

Le varietà

Nel 2001 era lo Chardonnay quello più coltivato (3.229 ha) e le previsioni sono di un incremento a 3.500 ha nel 2.003. Il secondo vitigno è il Sauvignon (b) con 2.508 ha (2001) che passerà a quasi 3.500 ha nel 2003. Il Sauvignon dà vini fortemente marcati dal suo aroma erbaceo, pirazinico. L‘altro vitigno importante è il Pinot nero, che sicuramente dà vini di notevole successo per la qualità ; la superficie di Pinot nero è di 1.391 ha, ma passerà secondo le previsioni e gli impianti a 2.036 nel 2003.

Seguono il Merlot (840 ha), il Cabernet Sauvignon (654 ha), il Riesling renano (490 ha), il Müller Thurgau (370 ha, in declino); il Riesling renano fornisce vini molto aromatici.

In sostanza le varietà che attualmente tirano sono solamente due: il Sauvignon (b) ed il Pinot nero, che si vendono a 10-50 dollari USA in azienda. La selezione clonale è assente. I cloni importati sono pochi e quindi manca anche la variabilità intravarietale.

I responsabili neo-zelandesi incominciano a comprendere che si tratta di varietà internazionali, coltivate in tutto il mondo e che è necessario incrementare la biodiversità varietale e clonale, al fine di elevare la diversità qualitativa ed adattare il materiale genetico ai differenti terroir del Paese. Allo scopo lo scrivente ha avuto un giorno di colloqui con i colleghi ed i responsabili dell‘Università di Lincoln, per realizzare un progetto di esportazione di varietà e di cloni italiani, nonché dei nuovi vitigni ottenuti dalla Cattedra di Viticoltura di Piacenza.

La struttura viticola

I vigneti sono allevati a spalliera con due forme di potatura principali: il cordone speronato (che fornisce la migliore qualità) ed il Guyot. Entrambe le forme di allevamento sono con due cordoni o due tralci bilaterali, ma è molto diffuso anche il sistema Scott-Henry, che prevede il raddoppio dei cordoni o dei tralci sullo stesso piano. Ovviamente la produzione per ceppo in questo caso è molto più elevata ma la qualità decade. La densità di piantagione non è molto elevata, tuttavia i nuovi vigneti sono realizzati con circa 5.000 ceppi/ettaro (m 2 x 1). La qualità impone produzioni a ceppo ridotte (1-1,5 Kg). La potatura di produzione è manuale e molto accurata quella « verde », sull‘esempio del Dr. D. Schuster, tecnico di chiara fama nel suo Paese ed in Italia.

La gran parte dei vigneti è ancora franca di piede e dura anche 100 anni. Molti viticoltori si stanno orientando verso le barbatelle innestate su portinnesti americani, perché hanno paura della fillossera, presente in alcune aree neozelandesi.

I terreni sono molto diversi: vanno da suoli alluvionali (tipo grave) a terreni di origine glaciale, ricchi di limo, argilla, calcare (a volte con pH alto) e di humus (la concimazione è molto limitata).

E‘ già impiegata la viticoltura di precisione ; un giovane viticoltore ci ha mostrato una mappa ripresa da satellite della sua vigna con i vari appezzamenti a differenti colori corrispondenti ad umidità diverse ; tutto ciò è utile per la scelta dei portinnesti, l‘irrigazione, l‘inerbimento, ecc.

L‘irrigazione a goccia-goccia è assai diffusa, specie per i nuovi impianti.

Nella Nuova Zelanda del sud il clima ventilato non favorisce la peronospora e nemmeno la Botrytis che è rara (qualche anno piovoso). L‘oidio è invece frequentissimo. In sostanza si tratta di una viticoltura biologica, anche se i neozelandesi non la « sfruttano » in etichetta.

Le virosi sono presenti solo nei vigneti molto vecchi, grazie anche al fatto che le viti sinora non sono state innestate.

Ricerca e didattica

La ricerca viticola ed enologica è condotta dalle Università (es. quella di Lincoln), ma molti privati sperimentano altre soluzioni ed introducono nuove tecnologie.

La didattica viticola è molto simile a quella italiana attuale. Esiste il Bachelor di Viticoltura ed Enologia che si acquisisce dopo i primi tre anni universitari, durante i quali si sviluppa un programma didattico e scientifico non dissimile da quello italiano.

Dopo il Bachelor gli studenti possono ottenere il diploma Postgraduate in Viticoltura ed Enologia con un anno didattico più approfondito sul piano scientifico dedicato solo alle materie predette. Il quinto anno è riservato alla ricerca vitivinicola oppure ad altre esperienze professionali concordate.

L‘Università dispone di vigneti didattici e sperimentali, serre, cantina didattica e di microvinificazione per le esercitazioni, ecc. Un bell‘esempio per l‘Italia, che ha 900.000 ettari di vigneto, contro i 14.000 ettari della Nuova Zelanda, pari a quelli di una Provincia italiana. Fra l‘Università di Lincoln e quella di Piacenza, che ha aperto il corso di laurea in viticoltura ed enologia, verranno attuati scambi di studenti e docenti, oltre che scientifici.

Esiste anche l‘insegnamento di analisi sensoriale del vino sia all‘Università che a livello professionale, assai approfondito e rivolto alla promozione dei vini all‘estero.

Sono molto diffusi i concorsi dei vini e lo scrivente ha avuto l‘opportunità di partecipare alla selezione Nazionale dei Sauvignon (b) del 2001, nonché di annunciare il campione durante una cena ufficiale. Vi erano ottimi Sauvignon, sia tradizionali che moderni. Ha vinto un vino tradizionale, più ricco di colore, giustamente ma spiccatamente e tipicamente erbaceo.

Conclusioni

La viticoltura neozelandese è giovanissima, piccola ma di qualità, realizzata da viticoltori appassionati e preparati che sicuramente seguiranno l‘evoluzione scientifica e tecnologica.

La Nuova Zelanda è lontana ma i trasporti del vino all‘estero non sono cari (2.000 lire alla bottiglia).

I terreni sono a buon mercato e disponibili nelle zone a vocazione viticola. Con 6-10 milioni (ed anche meno) si può acquistare un ettaro di terreno. Spesso l‘azienda consistente è provvista di case. Ad esempio 180 ettari (collinari) con due case erano in vendita a circa 1 miliardo di lire. L‘impianto del vigneto costa in proporzione, circa 1/3-1/4 rispetto all‘Italia.

Peccato che la Nuova Zelanda sia lontana ! La situazione sociale e politica è tranquilla e stabile. Per il mercato asiatico la posizione della Nuova Zelanda è molto favorevole.

Ma soprattutto è la particolare qualità dei vini (molto aromatici) che deve attrarre investimenti in Nuova Zelanda.


Fig. 1 – Nell‘emisfero sud la vite si coltiva normalmente sino a 40-41° di latitudine in Cile, Argentina, Sud Africa, Australia (la Tasmania è un‘isola posta a 41° di LS), ma in Nuova Zelanda la vite è giunta sino a 45° di LS. Le temperature medie annuali delle aree vitate sono comprese fra 10 e 20°C, sia nell‘emisfero nord che in quello sud.


Fig. 2 – Le zone viticole della Nuova Zelanda si estendono da circa 36,5° di LS a circa 45° di LS


Fig. 3 – Christchurch (NZ) a 43,32° di LS ha un clima analogo (non uguale) a quello di Geisenheim (Germania) sito a quasi 50° di Latitudine Nord




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